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Archive for ottobre 2011

La provincia di Rieti, con i suoi 156.796 residenti al 1 gennaio 2008, è una tra le meno popolose del Paese e quella con il minor numero di residenti dell’Italia Centrale.
Dal rapporto Upi Lazio-Eures del 2010 emerge un territorio regionale, quello del Lazio, che risente in misura minore della recessione internazionale, ma con una popolazione pesantemente colpita dalla crisi nell’ultimo biennio. Diminuzione dei redditi, aumento delle famiglie a rischio povertà, forte crescita della disoccupazione: sono solo alcuni dei campanelli d’allarme.
Una crisi economico-finanziaria che ha colpito fortemente i cosiddetti consumi secondari, investendo anche il settore turistico, che ha registrato una tendenza negativa nel 2009, legata alla contrazione della domanda turistica straniera.
Ma il Lazio è anche un territorio in cui gli investimenti in Ricerca e Sviluppo restano ampiamente superiori alla media nazionale, con una popolazione che nel 2009 risulta ancora tra le più tecnologiche d’Italia. Un territorio che ha visto aumentare al suo interno la superficie delle aree protette, e diminuire il numero totale dei roghi. Un territorio in cui la maggioranza dei cittadini riconosce l’utilità dell’Ente Provincia e si dichiara contrario alla sua abolizione.
Dai dati contenuti nel Rapporto emerge come forti squilibri siano ancora presenti tra l’economia capitolina e quella delle altre province e tra i piccoli e i grandi comuni, tra i cittadini che accedono al vasto mercato delle opportunità generate dalla Capitale e quelli ne sono invece esclusi o addirittura penalizzati.
La provincia di Rieti registra nel 2009 una forte “chiusura” ai mercati internazionali con una flessione delle esportazioni (-41,2% rispetto al -18,9% nel Lazio) e delle importazioni (-26,6% a fronte del -10% regionale) particolarmente sostenuta, determinata in parte dalle dinamiche che hanno caratterizzato il comparto dell’elettronica, dove le esportazioni sono scese tra il 2008 e il 2009 da 74 a 3 milioni di euro. Nonostante tale dinamica, la provincia di Rieti sembra essere nel 2009 la realtà che subisce meno gli effetti della crisi economica, distinguendosi “positivamente” dal resto della regione in termini di produzione di ricchezza (-0,2% rispetto al -2,8% regionale), vitalità imprenditoriale (+0,5% contro il – 0,5% nel Lazio) e occupazione (+1,2% a Rieti e -0,2% nel Lazio).
La maggiore tenuta dell’economia provinciale sembra essere riconducibile alle caratteristiche del sistema produttivo locale, in quanto Rieti non segue le dinamiche di sviluppo dell’economia nazionale, in quanto si configura come provincia “a-ciclica” (unitamente ad altre 48 province), ovvero, un sistema economico caratterizzato da dinamiche di crescita della ricchezza slegate dal trend economico del Paese.
In tale scenario, Rieti partecipa all’accelerazione complessiva del Lazio, anche se non mancano le difficoltà, legate, per lo più, agli squilibri economici e territoriali e ad alcuni processi di crisi imprenditoriale che interessano le imprese di più grande dimensione.
Secondo i dati della Camera di Commercio di Rieti, a fronte di una situazione critica per tutta l’economia italiana, la provincia di Rieti, invece, in questo scenario, mostra una dinamica assolutamente peculiare, non legata alla fase recessiva, sebbene contraddistinta da alcune difficoltà. Si tratta di una fase sostanzialmente stazionaria che risulta una delle migliori performance tra le province italiane.
In tutto questo il senso della misura è fondamentale, in quanto si deve arrestare lo sperpero di denaro pubblico che ormai è ai massimi livelli, finanziando cioè soltanto le cose strettamente necessarie. Nell’attuale spreco di denaro pubblico che caratterizza il nostro Paese, la frammentazione degli enti locali, e più nello specifico la moltitudine di minute gestioni amministrative, hanno certamente un’importanza rilevante in senso negativo. Il segreto è meno pubblico, più privato: una politica di dismissioni di beni pubblici, quali immobili, terreni, partecipazioni non necessarie alle varie aziende o enti statali che li possiedono.

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In una piccola realtà di paese, le persone diverse da noi per comportamento, vengono trattate spesso come scemi del villaggio.
Ma cos’è la follia? Siamo noi che, la maggior parte delle volte, diamo una definizione a quella categoria di persone che hanno atteggiamenti strani, stravaganti, assurdi, incomprensibili, irresponsabili e talvolta eccessivi.
Il matto non sa dar conto né rispondere dei suoi atti o misfatti. E chi lo osserva dal di fuori, di quel comportamento ne coglie gli aspetti alterati e la diversità.
Sono considerati un po’ matti gli artisti, soprattutto quando, a causa della loro carica creativa o dell’incomprensione di cui si sentono vittime, si comportano da bastian contrari. E in certi casi sarebbero considerati tali anche poeti e musicisti, e altri creativi, la cui natura geniale potrebbe portarli a rasentare certi limiti propri della follia.

La follia, questa subdola sconosciuta, non fa quindi differenze tra classi sociali o categorie professionali, nel senso che può cogliere chiunque, costringendolo poi d un calvario personale, talvolta infinito e senza via d’uscita. Tuttavia, per quanto riguarda il suo trattamento e la sua cura, qualche differenza, o meglio discriminazione, l’ha sempre fatta, nel senso che i matti poveri erano affidati a qualche manicomio, e lì gioco forza abbandonati, quelli ricchi potevano cavarsela molto meglio in qualche clinica privata. La sventura peggiore per un matto, quindi, era ed è tuttora quella d’essere povero. E la povertà, in questi casi, è sinonimo di solitudine, dimenticanza, abbandono, anche da parte dei parenti prossimi. Soprattutto quando ad avere il sopravvento è il pregiudizio.

Vari tipi di patologie, differenti tra loro, facevano rientrare alcune persone nella categoria dei matti di paese: depressione, psicosi, nevrosi ossessiva, paranoia, schizofrenia, deficit d’intelligenza, demenza, autismo. In paese erano considerati matti impropriamente pure i minorati psichici. I matti di città erano e sono diversi, perché trattati differentemente. In genere essi vivono da solitari. Sono pressoché invisibili. Nessuno si permette d’importunarli o fargli sberleffi. Se qualcuno di essi sproloquia o dà in escandescenze, si fa finta di nulla. Si tira avanti per la propria strada, si fanno spallucce e ciascuno tiene per sé le proprie considerazioni. Di qualcuno che è andato fuori di testa, la comunità si accorge quando lui fa allertare le forze dell’ordine, perché diventa un pericolo per sé o per gli altri, o commette un crimine. E in questi casi la gente fa commenti amari addossando responsabilità e colpe al personale dei servizi sanitari di competenza, per la scarsa attenzione e la prevenzione non posta in atto per la patologia latente di quel soggetto.

Nando, invece, il nostro buon matto, fa calore ed è parte integrante del paesaggio umano e urbano, interagisce con i compaesani, cercando complicità e solidarietà. Nessuno fa finta di essergli amico solo per poi ricattarlo o per prenderlo in giro davanti a tutti . Lui è uno di noi ed è li per noi quando vuoi fare una chiacchierata, quando vuoi chiedere un consiglio a chi è con gli occhi aperti più di noi e sa guardare oltre. Non rappresenta certo un modello di comportamento ma è un puro di cuore, e continua a vivere e a collaborare in qualche attività nella realtà paesana.

Erano soprattutto questi gli scemi del villaggio che “allietavano” – si fa per dire – i momenti d’euforia e ilarità generale, i buontemponi e i perdigiorno del paese. Insomma diventavano per anni zimbelli di tutti nel paese. Se questa persona rappresenta il soggetto debole della società spetterà a voi giudicarlo. Ma se mai un giorno le vostre strade si incroceranno, e se su di lui, come capita in un branco di lupi, scaricherete frustrazioni e stress personale, allora non sarà di certo Nando il soggetto fragile, ma quello che nonostante tutto vi farà un sorriso e vi inviterà a leggere le sue poesie e storielle lasciate come un’impronta in giro per il paese.

 

 

Claudia Nardi

 

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Dal secondo Rapporto del Network per la non autosufficienza promosso dall’Irccs-Inrca emerge un paese caratterizzato da profonde differenze regionali sia per quanto riguarda la domanda di assistenza espressa dalla popolazione anziana sia per la disponibilità e le caratteristiche dei servizi offerti.
Il Rapporto evidenzia la necessaria integrazione delle politiche sociali con quelle socio-sanitarie assicurando processi di continuità assistenziale e presa in carico della persona non autosufficiente.
In particolare i temi che meritano maggiore attenzione, sono:
– l’elevato carico di cura sostenuto (in particolare al Sud) dalle famiglie e dagli aiuti esterni non istituzionali (badanti);
– il divario tra Nord e Sud nel godimento di indennità di accompagnamento con la conseguente esigenza di maggiori controlli;
– la costruzione di sistemi di servizi territoriali per anziani e disabili di tipo domiciliare e residenziale, integrati sotto il profilo assistenziale e delle reti urbane e sociali (volontariato);
– la predisposizione di fascicoli elettronici sanitari e socio-sanitari per ciascuna persona, utili ad accompagnarla nei complessi percorsi, anche riabilitativi, favorendo appropriatezza e “presa in carico”;
– il potenziamento delle strutture distrettuali in grado di governare le cure primarie, compresa la prevenzione e la promozione degli stili di vita per un invecchiamento sano.
Il Rapporto, che fa riferimento ai risultati dell’Indagine multiscopo dell’Istat condotta su oltre 25 mila over 65 nel 2008, ricorda come le regioni del Sud siano quelle con la maggiore prevalenza di anziani non autosufficienti: a fronte di un tasso nazionale pari a 18,7%, la percentuale stimata raggiunge il 26,1% in Sicilia, il 24,2% in Puglia e il 22,8% in Calabria. Al Nord, il fenomeno ha invece dimensioni più contenute e le province autonome di Trento e Bolzano, con il 12,9%, si aggiudicano il primato per il livello di autonomia della popolazione anziana.
Per quanto riguarda la spesa pubblica per l’assistenza alle persone non autosufficienti, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia sono le regioni dove la spesa per l’assistenza domiciliare integrata (Adi) incide maggiormente sui costi complessivi della sanità; queste regione sono però anche quelle dove i servizi sono in assoluto i migliori rispetto alle altre regioni d’Italia, soprattutto rispetto a quelle del sud.
Meno marcato lo squilibrio Nord-Sud per quanto riguarda la copertura del servizio di assistenza domiciliare (Sad), che nel 2006 è stato però assicurato solo all’1,8% degli anziani. Il servizio è stato garantito con maggior frequenza agli anziani della Valle d’Aosta (4,9%) e del Trentino Alto Adige (3,8%), ma anche ai siciliani (3,4%) e ai molisani (3,1%).

Questo è il rapporto : http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/9B939247-1A95-468A-9A54-6E58BE0DD85C/0/RapportosullanonautosufficienzainItalia27072010.pdf

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Con 68 milioni di abitanti e una superficie di 780.580 km² la Turchia ha avviato, nell’ottobre del 2005, i negoziati di adesione all’Unione europea. Per la prima volta un Paese a maggioranza musulmana bussa alle porte di Bruxelles: si tratta di un evento di importanza fondamentale e senza precedenti, che porta con sé prospettive del tutto nuove, sia nel sempre più diversificato rapporto tra Europa e Medio Oriente che nell’assetto politico dei paesi del bacino del Mar Mediterraneo. Mentre per molte nazioni dell’Europa centro-orientale l’entrata nell’UE si è realizzata in un periodo relativamente breve, concludendosi il primo maggio 2004, l’avvicinamento di Ankara ha seguito un percorso travagliato e
tuttora in via di definizione. Il condizionale è d’obbligo: molti rappresentanti dei paesi del vecchio continente si sono espressi e continuano a dichiararsi contrari all’entrata turca, evidenziando una tendenza che si contrappone a quelli che vogliono Ankara sotto la bandiera blu di Bruxelles. Questo dibattito, diventato molto acceso negli ultimi anni, ha aperto numerosi interrogativi di natura economica, politica e culturale, ed ha mobilitato schiere di intellettuali e studiosi ad esprimersi sull’argomento. La stessa Commissione europea si è mossa con molta prudenza pronosticando un periodo non inferiore a dieci anni per realizzare l’effettiva membership turca. Tali preoccupazioni possono sembrare esagerate se si pensa che, dalla fine della seconda guerra mondiale, la nazione turca ha funto da baluardo difensivo contro l’espansionismo sovietico ed è stata tra i primi paesi a stringere rapporti commerciali con la CEE. L’atteggiamento anti-turco ha però ragioni profonde, i cui motivi sono da ricercare nel difficile rapporto tra istituzioni turche e popolazione, nelle reiterate violazioni dei diritti umani, nella fragilità economica turca, nell’immagine di un paese considerato troppo distante dai
modelli culturali europei e infine nell’impatto che tale entrata potrebbe avere nella stessa UE.
L’idea che l’Italia, la Francia, la Spagna, l’Inghilterra e la Germania formino il cuore dell’Europa è pacificamente accettata da molti secoli, fuori e dentro questo continente. Il processo che ha visto e vede aderire, fino ad oggi, ben 25 Nazioni all’Unione Europea, è stato basato esclusivamente su parametri e regole di cui ci si attendeva l’adozione e l’aderenza.
Eppure è indubbio che molti dei 25 Paesi non possono essere iscritti ufficialmente alla ”nozione” di Europa alla stregua degli altri summenzionati Stati, e la cosa assume tanta più valenza quando si considera la lista dei Paesi che si accingono o semplicemente aspirano a far parte dell’UE nei prossimi anni.
L’opposizione tout-court all’entrata della Turchia nella UE si basa su una mistura di motivazioni storiche , culturali e religiose che rendono, per coloro che le propugnano, semplicemente irricevibile una richiesta in tal senso. Per essi, ammettere la Turchia potrebbe essere equiparato ad ammettere, per esempio, il Giappone.
Un vasto sentimento nazionale , induce i Turchi a vivere il processo di adesione all’UE come una sorta di ripudio sociale, politico e di costume alla propria storia e tradizione come prezzo che gli Europei impongono forti della loro posizione all’interno della UE.
C’è infine la questione centrale della religione, non da intendersi come contrasto tra cristianesimo e islamismo, ma vissuta in funzione del maggiore o minore grado di influenza della stessa sulla laicità dello Stato. Si sa che il tasso di laicità media di qualunque Stato europeo è decisamente superiore a quello della Turchia, in quanto in quest’ultimo la religione ha tuttora un profondo impatto nella realtà quotidiana sociale e politica. Ne deriva il reciproco timore, sia di Europei che di Turchi, che accettare l’adesione della Turchia vorrebbe dire per i primi confrontarsi con uno Stato di ottanta milioni di abitanti i cui rappresentanti politici faticherebbero a porre alcuni fondamentali principi di libertà e di autodeterminazione del singolo prima dei loro valori religiosi, mentre per i secondi, specularmente, significherebbe il rischio di vedersi imporre una legislazione ispirata a dei principi apertamente in contrasto coi più radicati valori della società, tutti di matrice religiosa.
Nonostante tutto ciò, il processo di adesione della Turchia ha mosso i suoi primi passi quarant’anni fa e, seppure lentamente, con molti stop and go, ha continuato a progredire ed è tuttora in movimento. Una serie di interessi economici e politici coincidenti tra Turchi ed Europei, e una buona dose di politica illuminata da ambo le parti ha permesso che ciò avvenisse. Nessuno può oggi prevedere con sicurezza dove questo processo arriverà, anche se è certo che il suo eventuale successo sarà il risultato di una concertata e profonda opera di mediazione tra reciproci interessi e contrasti.

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Quanto è vicina l’Europa ai giovani? E quanto è importante l’Unione Europea per il nostro Paese?
Si sente spesso parlare di un’Europa lontana, distante soprattutto dai giovani che vengono lasciati soli in questo oceano di persone, provenienti da diversi Paesi ma comunque accumunate da un medesimo obiettivo: l’Europa unita, vicina e unificata da forti legami, non solo di vicinanza geografica ma soprattutto d’ideali e d’intenti.
Un’Europa intesa non solo come sicurezza monetaria, ma soprattutto come motore di diffusione della cultura e garanzia d’occupazione, fattori questi che costituiscono i pilastri per conservare e far prosperare quella democrazia di cui l’Europa è stata culla e costruttrice, dalla Magna Carta Libertatum del 1215, alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, fino alla Costituzione europea sottoscritta dai capi di stato e di governo di 25 paesi nel 2004. Una storia giuridica che ha tracciato, nonostante momenti oscuri, la base del vivere civile per l’intera umanità.
Ma se, appunto, molte persone, per ignoranza o per pigrizia, non sanno che l’Europa o meglio L’Unione Europea è più vicina di quanto si possa pensare, se posso parlare a nome dei giovani che come me hanno voglia di partecipare attivamente all’accrescimento dell’antico continente, tutti quanti devono essere consapevoli di poter partecipare attivamente a questa grande “opera”.
Ad esempio, il biennio 2007-2008 è stato molto importante per le politiche ed i programmi europei in favore dei giovani: da un lato l’avvio dei programmi settennali Gioventù in Azione e Lifelong Learning, dall’altro le esperienze consecutive dello Youth Summit(realizzato in occasione della celebrazione del cinquantenario dei Trattati di Roma) e di due edizioni della Settimana Europea dei Giovani (Giugno 2007 e Novembre 2008).
Questi ultimi tre eventi ed il corollario di attività che ne sono scaturite hanno dimostrato, da un lato, che i giovani vogliono partecipare, discutere e fare proposte sui temi che li riguardano, dall’altro, mostrano una marcata ignoranza sul quadro di riferimento europeo: istituzioni, funzionamento e programmi europei sono quasi sconosciuti alla grande maggioranza dei giovani italiani.
La peculiarità di questo quadro di contesto va dunque rapportata agli obiettivi comunitari sulla partecipazione dei cittadini all’intrapresa europea: in particolare, la partecipazione dei giovani rappresenta la sfida più ambiziosa, e al contempo quella più strategica, per il futuro dell’Europa.
Al di là della facile retorica, se le giovani generazioni non faranno propria la dimensione europea del loro futuro socio-occupazionale, gli obiettivi della strategia di Lisbona non diventeranno mai una realtà.
Inoltre, il risultato negativo del referendum in Irlanda sull’approvazione del Trattato di Lisbona ripropone con forza il tema della comunicazione dell’Europa verso il grande pubblico.
Risulta evidente l’esistenza di una asimmetria informativa tra istituzioni e popolo in Europa: questo progetto vuole dunque sperimentare un approccio innovativo, diretto e continuativo per colmare il deficit comunicazionale e coinvolgere i cittadini, in particolare, i giovani, nel diventare testimoni consapevoli delle opportunità disponibili per tutti noi nell’Unione Europea di oggi.
Se vogliamo essere noi stessi gli attori in questa Europa unita, è proprio perché dobbiamo essere consapevoli dell’importanza che ha per l’Italia far parte di questa “grande famiglia”: siamo figli della caduta del muro di Berlino, ed è dal 1989 che dobbiamo ripartire tutti.
L’Europa ha l’economia più vasta e, allo stesso tempo, il più esteso e capillare sistema di welfare del mondo; il sistema di governo europeo è in continuo divenire. L’equilibrio istituzionale dell’Unione Europea è cambiato dando sempre più importanza al Parlamento europeo, l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini. La ricerca fa parte del “triangolo della conoscenza” (istruzione, ricerca e innovazione) destinato a rafforzare la crescita e l’occupazione dell’Unione Europea in un’economia globalizzata. La Strategia di Lisbona e i programmi comunitari collegati sono una grande opportunità per incrementare gli investimenti nazionali e privati.
L’Italia in Europa oggi è un paese più risanato, è un paese europeista come e più degli altri.

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La Exit Strategy

Come si esce dalla crisi? O meglio quale “exit stategy” adottare per evitare di ritrovarci tutti sommersi dal debito pubblico?
Il tema è strettamente all’ordine del giorno, sebbene la crisi sia lontana dall’essere sconfitta, ma pare sia tutta questione di tempistica. Questo non è il momento ideale per promulgare riforme permanenti, però dei primi passi in avanti sono necessari.
Ci vorrebbero più regole per evitare il ripetersi di bolle finanziarie che poi scoppino come tante piccole o grandi bombe atomiche. Ma bisogna evitare anche di ingessare i mercati e di privarli degli strumenti finanziari più nuovi.
Se si rimette in moto la locomotiva Usa, tutto il convoglio globale avanzerà a ritmi decisamente più spediti dell’atteso. Nell’area euro, e in particolare in Italia, invece, la dinamica dei margini di profitto e in generale dei profitti non ha ancora dato segnali significativi di progresso. Perciò la ripresa nell’eurozona farà più fatica a ingranare.
In tutto questo il senso della misura è fondamentale, in quanto si deve arrestare lo sperpero di denaro pubblico che ormai è ai massimi livelli, finanziando cioè soltanto le cose strettamente necessarie. Nell’attuale spreco di denaro pubblico che caratterizza il nostro Paese, la frammentazione degli enti locali, e più nello specifico la moltitudine di minute gestioni amministrative, hanno certamente un’importanza rilevante in senso negativo. Il segreto è meno pubblico, più privato: una politica di dismissioni di beni pubblici, quali immobili, terreni, partecipazioni non necessarie alle varie aziende o enti statali che li possiedono.
Il presidente della banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha detto:”La crisi ha mostrato che il settore privato finanziario in Italia è sano, mai caduto negli eccessi, e la finanza rappresenta il maggiore supporto all’economia reale. La forte propensione al risparmio e la prudenza delle banche rappresentano una piattaforma sicura da cui l’economia può ripartire”.
“Le piccole e medie imprese italiane fronteggiano tempi difficili” a causa della crisi. “Ma sono convinto che ne usciranno con una migliore struttura dei costi e una più efficiente organizzazione dei processi produttivi. Lo spirito imprenditoriale che è il gene di questa nazione alla fine prevarrà”, ha proseguito il presidente della Bce.
“La crisi – ha proseguito Trichet – può essere la leva per un ambizioso piano di modernizzazione dell’economia italiana e per renderla più dinamica. Le riforme economiche non possono essere rinviate. Le istituzioni del mercato del lavoro devono essere riformate per consentire alle retribuzioni di riflettere meglio gli sforzi individuali e il livello di eccellenza delle aziende. La catena dei prezzi, in particolare del settore dei servizi, va modificata incisivamente per incrementare la flessibilità dei prezzi. Alcune prestazioni legate al Welfare vanno eliminate in quanto drenano il reddito disponibile e penalizzano la crescita potenziale”. Quanto alla situazione generale, “è prematuro dire che la crisi finanziaria sia stata superata. L’economia sta mostrando segnali di stabilizzazione dopo la sua peggiore crisi dai tempi della seconda guerra mondiale, ma la ripresa sarà molto graduale”. Siamo ancora comunque in una fase di incertezza, ma la Bce è, “come sempre, in allerta rispetto a qualsiasi sviluppo inaspettato”.
Quanto alla exit strategy, Trichet ha ribadito che è ancora troppo presto per iniziarla, “ma quando decideremo di rientrate dalle misure eccezionali prese per combattere la crisi, lo faremo in modo trasparente”.

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Le strade del Cairo

Città come Los Angeles, Miami, Rio de Janeiro. Scordatevele. Questa è Il Cairo. La capitale dell’Egitto non è una città facile, è un melting pot di etnie, religioni, credenze e miti antichi. La città più popolosa dell’Egitto, con i suoi quasi 20 milioni di abitanti, offre le sue meraviglie a poco prezzo, tutto purché rigorosamente contrattato.

Secondo il calendario islamico siamo intorno al 1400: ad un primo sguardo sembra quasi di tuffarsi nel passato, se non fosse che si rimane letteralmente assaliti dal traffico, dal rumore assordante e dallo smog. Prendere o lasciare. I turisti non ci sono quasi più, e se ci sono si trovano solamente nei siti folcloristici della città, mai per le strade, dove si incontrano quasi esclusivamente uomini con la barba lunga e poche donne, e di queste molte col niqab, che lascia scoperti solo gli occhi. Tutto questo perché Il Cairo, città piena di storia e meraviglia, alla luce degli scontri a piazza Tahrir, oggi non è più una città sicura. Siamo visitatori curiosi di scoprire, ma qui la curiosità non paga, perché a volte turista è sinonimo di ospite, e come tali ci si deve adattare alle loro regole, quindi si cammina sotto il sole cocente, coperti da capo e piedi, evitando di incrociare gli sguardi o di fare foto; nessuna aperta ostilità, ma un’evidente diffidenza nei confronti degli occidentali.

Ci sono solo tre momenti in cui Il Cairo sembra una città “normale”: durante la notte, dall’alto delle piramidi o navigando il sacro Nilo. Fra poco si riparte. Mi mancherà la città delle non regole e delle contraddizioni, delle folle corse sulle strade tra un asinello e una Porsche, dei jeans e maglietta a maniche lunghe nonostante i 45 gradi nel deserto, degli egiziani che vivono di notte e dormono di giorno per via del Ramadan, degli scontri a piazza Tahrir per la voglia di libertà, del corteggiamento perenne con quegli occhi da orientale, delle meraviglie del mondo, la città del “era meglio quando si stava peggio”.

Dopo un viaggio simile, si hanno molte più domande al ritorno rispetto a quando si è partiti. Chi arriva per la prima volta in un posto distante per cultura e mentalità, tenta istintivamente di portare un po’ di sé per cercare di cambiare qualcosa. Forse, però, non sempre è giusto che le cose cambino. Le radici profonde non gelano mai e lottare per la propria identità è un diritto dei popoli, anche se la loro cultura risulta inconcepibile agli occhi di chi si crede detentore assoluto di verità e democrazia, pretendendo di importarla dove gli fa comodo.

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